Addio a Giulio Bosetti

Addio a Giulio Bosetti, attore e regista sempre fedele al grande repertorio teatrale, direttore del Teatro Stabile del Veneto e amico della scena di Goldoni

di Carmelo Alberti


Giulio Bosetti, nato a Bergamo il 26 dicembre 1930, è scomparso il 24 dicembre 2009, a soli due giorni dal settantanovesimo compleanno. Nella sua lunga carriera artistica d’attore e di regista la sua immagine si lega al modello di una recitazione “classica”, da far arrivare con chiarezza agli spettatori per renderli partecipi delle emozioni che sono racchiuse nel grande repertorio mondiale. L’immagine e la voce di Bosetti sono stati, nel tempo, la testimonianza di uno stile elegante e signorile, di un modo di dire accurato, da affidare alle rappresentazioni delle opere più ricercate.

L’esordio di Giulio Bosetti avviene nella stagione 1950-1951 presso il Teatro Universitario di Padova con il successo della Moscheta di Ruzante nella messinscena di Gianfranco De Bosio. Passa brevemente per il Piccolo di Milano con Strehler, è con Vittorio Gassman per l’Oreste di Alfieri, giunge, quindi, allo Stabile di Genova, a quello di Trieste, da lui diretto dal 1967 al 1972, e a quello di Torino. Ma nella sua carriera conta la scommessa aperta in seno alle compagnie private, fin dalla costituzione della propria compagnia nel 1980.

È intenzione dell’Istituto estendere l’attività di documentazione, soprattutto in merito alle messinscene dei testi goldoniani, stabilendo una collaborazione con i principali teatri, con le compagnie e con gli artisti che si sono confrontati o si accosteranno alla drammaturgia del commediografo veneziano. E, in tale prospettiva, invitiamo già quanti intendano rendersi disponibili a collaborare, inviandoci informazioni e materiali sulle principali realizzazioni del nostro tempo.

Mentre affronta i personaggi creati dai principali scrittori teatrali, quali Sofocle (Edipo re), William Shakespeare (Vita e morte di re Giovanni), Luigi Pirandello (Cosi è (se vi pare), Tutto per bene, Sei personaggi in cerca d’autore), Bertolt Brecht (Un uomo è un uomo), si accosta alla drammaturgia goldoniana, a partire dalle regie di De Bosio de La bottega del caffè e Il bugiardo fino a La famiglia dell’antiquario diretta da Marco Scaccialuga.

Particolare attenzione sarà prestata all’apporto degli attori, in linea con la lunga tradizione che, già nell’età goldoniana, ha costituito uno dei punti di forza della sua “fortuna”, trovando slancio persino nell’epoca della regia.

Ma il rapporto con Goldoni si raffina quando accetta di dirigere il nuovo Teatro Stabile del Veneto dal 1992-1993 al 1996-1997. Approfittando della concomitanza con le celebrazioni goldoniane Bosetti vara un programma che inizia, nel corso della prima stagione, con la messinscena de Le massere, diretta da Gianfranco De Bosio, una preziosa commedia in veneziano e in versi martelliani poco frequentata, che è rappresenta con successo dal 3 al 9 febbraio 1993, mentre il 6 febbraio, dedicato alla memoria del commediografo veneziano, è replicata alla presenza del Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Un’idea che si rivela subito vincente è quella di ripristinare le rappresentazioni estive in campo San Trovaso: a giorni alterni dal 18 luglio 1993, si susseguono La bottega del caffè e Il bugiardo, realizzati dallo Stabile sempre con la regia di De Bosio. Invece, la messinscena de La famiglia dell’antiquario, affidata a Marco Sciaccaluga, apre il programma dell’anno 1993-1994.

Subito dopo, Giulio Bosetti accoglie a Venezia tre realizzazioni del Servitore di due padroni da parte di compagnie straniere: la prima, The Servant of Two Masters, recitata in lingua inglese, è diretta da Phelim McDermott con la West Yorkshire Playhouse; la seconda, Arlequin serviteur de deux Maîtres, in francese, ha per regista Serge Lipszyc con La Compagnie du Matamore; la terza proposta, in lingua ebraica, è curata da Omri Nitzan e dalla Habiman National Theatre of Israel.

Il 22 novembre, poi, Bosetti inaugura la prima edizione del Premio “Carlo Goldoni”, rendendo omaggio a Giorgio Strehler, con una serata entusiasmante durante la quale il regista del Piccolo Teatro descrive e interpreta passi di una personale versione dei Mémoires che sogna di realizzare.

Il progetto celebrativo si concluderà il 6 febbraio 1994 con Una festa per Carlo Goldoni, che apre le porte del teatro – dalle undici del mattino fino a notte inoltrata – con iniziative cinematografiche, commenti critiche, letture al leggio di Chi la fa l’aspetta, con la partecipazione di Ferruccio Soleri, che ripropone le più celebri maschere della commedia dell’arte, e un omaggio fatto da una schiera d’attori sul palcoscenico, guidati da Giulio Bosetti, insieme a Marina Bonfigli, Antonio Salines, Camillo Milli.

Nella stagione 1994-1995 si vedrà Chi la fa l’aspetta, una commedia goldoniana quasi sconosciuta, messa in scena dal veneziano Giuseppe Emiliani con un riscontro positivo, all’interno della programmazione carnevalesca comunale.

In questi anni, i teatri di Venezia e di Padova assistono ai migliori spettacoli dei quali è protagonista l’attore Bosetti: Spettri di Ibsen, diretto da lui stesso, Zeno e la cura del fumo di Tullio Kezich regia di Marco Sciaccaluga, Il malato immaginario di Molière diretto da Jacques Lassalle, direttore della Comédie Française e profondo conoscitore del teatro molièriano e di quello italiano, a cominciare da Goldoni. Ma gli anni di direzione di Bosetti si caratterizzano per la interminabile lista di attività culturali; ad esempio, in relazione al Malato Bosetti, consapevole del valore dell’intervento dei traduttori, promuove una tavola rotonda sul tema Tradurre e interpretare Molière, alla quale partecipano tra gli altri, Giovanni Raboni e Patrizia Valduga. Nei mesi di marzo-aprile-maggio 1995, l’attore avvia tre Stage di perfezionamento, tenuti da un regista storico e da un maestro di artisti qual’è Orazio Costa, da Marco Sciaccaluga e da Lassalle.

Per il cartellone 1995-1996 il direttore artistico Bosetti, forte dei numerosi successi conseguiti, continua a programmare altre scommesse. L’apertura spetta alla produzione de Una delle ultime sere di carnovale di Goldoni con la regia di Giuseppe Emiliani. Ma subito dopo toccherà ad un lavoro inedito scritto da Furio Bordon, Le ultime lune, che affronta il tema della vecchiaia, della solitudine e dell’abbandono. Bosetti, che ne è regista, chiama ad interpretarlo Marcello Mastroianni, il cui ritorno sulle scene diviene un episodio talmente significativo da sorprendere e coinvolgere oltre ogni attesa.

«Fu un periodo straordinario, – dichiara Bosetti – Venezia era impazzita per Mastroianni. Non c’era un posto in teatro e tutti si raccomandavano per un biglietto. Avevamo richieste per lo spettacolo da tutto il mondo. Raramente ho visto una partecipazione così intensa del pubblico ad uno spettacolo. Frutto non di un virtuosismo d’attore, ma della capacità di comunicare di un uomo».

Il dramma di Bordon analizza in modo crudo e, ad un tempo, profondo la malattia di vivere e, attraverso le parole di un vecchio che sperimenta l’esilio in una casa di riposo, evidenziando la difficile ricerca di un equilibrio fra le condizioni dell'esistere e il baratro vuoto nel quale si spegne inevitabilmente ogni bagliore di vita.

La quarta e ultima stagione di Bosetti, 1996-1997, è ancora più ricca sia per spettacoli ospitati, sia per le produzioni dello Stabile, tra le quali I due gemelli veneziani di Goldoni, inscenata da Giuseppe Emiliani, La moscheta di Ruzante, diretta da Gianfranco De Bosio, Se no i xe mati, no li volemo di Gino Rocca, una riscoperta di un capolavoro della scena veneta messa in scena dallo stesso Bosetti.

Dopo aver lasciato lo Stabile veneto, senza qualche amarezza per il modo in cui l’esperienza si è conclusa, l’artista bergamasco assume la conduzione artistica del Teatro Carcano di Milano: è il tempo di Un amore, tratto da Dino Buzzati da Kezich; è il tempo del ritorno al dramma pirandelliano e alla tragedia greca.

Stagione dopo stagione, nonostante le crescenti difficoltà, l’impegno di Bosetti si traduce nella ricerca di nuove sfide sceniche, a partire dal palcoscenico milanese, ma con lo sguardo altrove, nelle città italiane più amate.

Così, nell’estate del 2009 s’ingegna a realizzare, con l’aiuto di Tullio Kezich e di Alessandra Levantesi, la versione teatrale del romanzo L’attore di Mario Soldati. Fino a quando i problemi di saluti non lo hanno bloccato ha difeso con forza tale proposta, che è andata in scena – purtroppo senza la sua interpretazione – al Teatro Comunale di Treviso il 30 ottobre 2009.

Così scrive Giulio Bosetti per presentare la messinscena:

«Ho letto L’attore di Mario Soldati più di trent’anni fa, e già allora ne rimasi affascinato. Quella sua specie di confessione ha una sua autenticità, e la creazione del personaggio dell’”Attore” (nella realtà fu Enzo Biliotti, che prese parte ad alcuni film di Soldati) è originalissima. Riletto recentemente il romanzo è ancora bellissimo e avvalora la convinzione che Soldati sia stato uno scrittore sottovalutato: probabilmente è invece una delle figure più importanti del ventesimo secolo. Colpisce, nell’Attore, la leggerezza della scrittura e i suoi dialoghi sono già pronti per essere detti ad alta voce. Come per Dostoevskij, possiamo dire che Soldati scrivesse i suoi romanzi pensando al teatro. Ecco il motivo per il quale ho voluto proporre a Kezich (di suo ho già recitato La coscienza di Zeno e Zeno e la cura del fumo tratti da Italo Svevo) una riduzione del romanzo. Lo spettacolo non sarà un pedissequo adattamento, ma una creazione sulla creazione, in totale libertà».

L’addio di Bosetti al teatro di Goldoni è stata la splendida esecuzione del Sior Todero brontolon, il capolavoro di Goldoni che ha interpretato con la regia dell’amico Giuseppe Emiliani, con le scene accurate di Nicola Rubertelli, con i costumi di Carla Ricotti e le musiche argute di Giancarlo Chiaramello, una produzione del Teatro Carcano di Milano, Vortice-Fondamenta Nuove, Biennale di Venezia e Stabile del Veneto.

La vicenda dell’autoritario paron che tiene sotto il suo dominio assoluto un’intera famiglia, pretendendo di maritare la nipote solo a suo vantaggio e a dispetto della madre Marcolina, donna energica e terribile nel difendere la propria figlia, è sviluppata entro uno spazio cupo e labirintico, in cui il discorso dei bezzi condiziona la vita delle persone e diviene la legge di un vecchio tiranno, onnipresente e eterno.

Bosetti restituisce un Todero dai tratti molièriani, crudele ma solitario, tanto ossessivo nel dominare quanto caparbio nel dirsi immortale; il corpo piegato dagli anni sembra rialzarsi quando punta il dito in modo imperioso, sempre pronto a ricordare agli altri chi comanda e chi possiede i soldi.

Addio a Giulio, artista di qualità, attore sensibile e perciò spesso insoddisfatto, regista attento all’essenzialità della scena e uomo di cultura critico e pieno di dubbi, come s’addice a chi vuole indagare i misteri dell’esistenza.


Si riportano, qui di seguito, alcuni interventi scritti di Giulio Bosetti, legati agli autori teatrali più amati.

«La scelta di mettere in scena Le ultime lune di Furio Bordon ha dei motivi fin troppo semplici, deriva da una vicenda quotidiana, che finisce, però, per renderla più importante e più vera.

Un giorno Bordon mi ha telefonato, con il suo consueto garbo, per propormi di leggere l’ultima sua commedia; mi chiese di poter venire a Venezia, nel Teatro Goldoni. Quando mi consegnò il copione confesso che non gli diedi molto peso, mal disposto - forse - dalla consapevolezza che negli ultimi anni i testi di autore italiano non sempre reggono il confronto col palcoscenico; i grandi scrittori classici, come Goldoni, Molière, Svevo, Insen, Pirandello, invece, continuano a parlare agli spettatori in maniera diretta, e senza veli. Per questo ho lasciato il dattiloscritto in un angolo del mio tavolo di lavoro, sotto le altre carte.

Poi, ho iniziato a leggerlo, quasi distrattamente: poco a poco, mi sono accorto di essere catturato da quella scrittura così densa di pensieri e di verità. Non sono riuscito più a staccarmene; ricordo che era una giornata d’estate e mi trovavo a passeggiare in una valle dell’Alto Adige: confesso che, giunto all’ultima pagina, avevo le lacrime agli occhi e il cuore denso di commozione. Tra quelle righe ho trovato un modo efficace per descrivere il dramma di un anziano, di un padre che le vicende dell’esistenza conducono in una casa di riposo. Erano parole e ragionamento di un uomo che ha vissuto, raccontati da un giovane scrittore.

Bordon pensava che io potessi essere l’interprete della sua piéce: questo fatto mi lusingava e mi inquietava, nello stesso tempo. Qualche tempo dopo mi capitò d’incontrare Marcello Mastroianni nelle calli di Venezia: gli diedi da leggere la commedia e anch’egli, com’era accaduto a me, l’accettò quasi per dovere. Ma bastarono pochi giorni perché mi telefonasse, dichiarando tutto il suo entusiasmo.

Seppure Marcello fosse interessato al progetto di rappresentarlo, in quel momento non era disponile, perché troppo impegnato con il cinema. Non ho desistito ed ho atteso: questa accortezza si è rivelata vincente; me lo ha rivelato lui stesso: ha accettato di essere l’interprete de Le ultime lune proprio per non averlo pressato, per aver saputo aspettare.

Ora, mentre il testo di Bordon rivive sul palcoscenico, mi rendo conto come questi fortunati incontri, prima con l’autore triestino, poi con Mastroianni, siano accadimenti fortunati; e confido che anche gli spettatori potranno comprenderlo.

[da: Giulio Bosetti, Con il cuore denso di commozione , libro di sala Teatro Stabile del Veneto, Venezia 1995]


Giulio Bosetti e Marina Bonfigli in Così è (se vi pare) di Pirandello, tratta dal programma Carcano 2006-7

Giulio Bosetti e Marina Bonfigli in Così è (se vi pare) di Pirandello, tratta dal programma Carcano 2006-7

«Mentre sul palcoscenico del Teatro Goldoni si rappresentano i malinconici sussulti di un malato immaginario, ci sembra giusto che nella saletta della Videoteca Pasinetti scorrano, in sintonia, le immagini di altri testi di Molière, è importante che si ripercorrano le tappe essenziali della sua travagliata esistenza attraverso il bel film di Ariane Mnouchkine.

Mentre noi, attori del Teatro Stabile del Veneto, diretti da Jacques Lassalle, un regista francese che è stato alla guida della Comédie Française, la maison di Molière, ci assumiamo il compito di parlare direttamente agli spettatori, per far loro rivivere le più segrete impressioni dei personaggi creati dal grande commediografo, il ciclo di proiezioni proposte dall’Ufficio Cinema

serve a sedimentare lungo la via della grande arte dell’attore una galleria di personaggi ridicoli e inquietanti, nello stesso tempo.

Sembra quasi che la parola e l’immagine vogliano contribuire con lo stesso impegno a mantenere la continuità di una tradizione culturale necessaria agli uomini per meglio conoscere l’esistenza quotidiana e indispensabile per meglio comprendere, con gli occhi della memoria, il futuro che ci aspetta.

Giulio Bosetti


Personaggi in Russo Personaggi in Russo

[da: «Circuito Cinema», in occasione del ciclo di proiezioni cinematografiche, dedicate a Molière, presso la Videoteca Pasinetti, dal titolo La metamorphose infinie, Venezia 1995]


Giulio Bosetti in Sior Todero Brontolon, 1997

Giulio Bosetti in Sior Todero Brontolon, 1997

«Avevo trent'anni e mi fu proposto da Gianfranco De Bosio – allora Direttore del Teatro Stabile di Torino – di interpretare il personaggio di Lelio, il protagonista de Il bugiardo di Goldoni. Dopo aver letto la commedia che ancora non conoscevo, subito mi domandai: «la vicenda interesserà il pubblico, ma soprattutto divertirà»? Io non mi ero divertito alla lettura. Il personaggio era un uomo di apparente simpatia, ma carico di difetti, quasi un lestofante. Mi misi al lavoro e, sotto la guida di Gianfranco, cercai di avvicinarmi a quello che allora era chiamato (ricordo a questo proposito un saggio di Elio Vittorini) il realismo goldoniano, senza voler trovare a tutti i costi il risvolto della comicità.Alla resa dei conti lo spettacolo fu un successo, ed io fui quasi sorpreso, alla prima, nel sentire gli spettatori continuamente attenti e divertiti, nel sentirli ridere a battute che io non avevo mai sospettato potessero essere comiche.

Conclusi con me stesso che Goldoni ci presenta una umanità ricca di vizi e di poche virtù (lo stesso Pantalone ne Il bugiardo comunica senza problemi di non vedere il figlio da vent'anni, ora che lo rincontra a Venezia e non cerca giustificazioni quando dichiara di averlo pressoché abbandonato a Napoli da un fratello), un'umanità che a una semplice lettura siamo costretti a giudicare, ma che diviene il mezzo attraverso il quale Goldoni riesce a coinvolgere, dandoci una pittura colorata che ci incanta, e soprattutto ci diverte.

Dopo tanti anni è per me la volta del Sior Todero brontolon. Dispiace meno invecchiare se si possono raggiungere personaggi di tale spessore. Goldoni anche qui ha creato un personaggio negativo, che lui per primo considera odioso. E per mezzo della commedia effettua una critica violenta verso la borghesia che sta decadendo. Ma le cronache ci dicono che lo spettacolo ha sempre avuto successo, e l'attore che ha interpretato Todero ha goduto della acclamazione del pubblico. Qual è il meccanismo che crea il divertimento mostrando il peggio dell'essere umano? Todero è un egoista, è un avaro, è un cattivo padre, agisce con la crudeltà del dittatore. E, a una prima lettura, fa nascere solo riprovazione. Ma adesso so – alla luce delle mie esperienze del passato – che una messa in scena che si lasci guidare dall'autore, che non usi la commedia soltanto come pretesto, donerà allo spettatore momenti di alto divertimento. Questo non vuol dire attenersi ad una recitazione di maniera, ma approfondire, invece, e cercare di cogliere quali sono i lati universali del personaggio, che ce lo fanno sentire, a quasi trecento anni di distanza, ancora fratello. Da parte mia, non cercherò di far ridere a tutti i costi, ma mi avvicinerò a Todero – con la collaborazione di un regista che stimo quale è Giuseppe Emiliani – fidandomi del mio istinto di attore, senza pensare troppo, e cercando solo di «sentire l'odore del personaggio». È questo un consiglio che mi diede molti anni fa Ennio Flaiano, una sera dopo teatro.

L'arte di Goldoni è grandissima, il suo è «teatro comico» che, in un'interpretazione che cerchi assolutamente la verità, dentro il suo ritmo prodigioso può far risplendere il valore dell'opera del grande veneziano. Giulio Bosetti – maggio 2007»

[dal libro di sala Sior Todero brontolon di Carlo Goldoni, 2007]