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L'IMPRESARIO DELLE SMIRNE
Il 27 novembre 2009 a Mosca, presso la Biblioteca delle Letterature Straniere (ul. Nikoloyamskaya, 1), è stato presentata la traduzione in russo della commedia L’impresario delle Smirne di Carlo Goldoni, realizzata su progetto e contributo della Regione del Veneto.
Per illustrare come si è arrivati alla realizzazione del volume nel corso della serata hanno preso la parola, nell’ordine:>
- Katerina Iurevna Genieva, direttrice generale della Biblioteca delle Letterature Straniere;
- Alberto Di Mauro, direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Mosca;
- Michail Andreev, professore italianista di Mosca;
- Gennady Kiselev, traduttore della commedia in russo;
- Carmelo Alberti, Università Ca’ Foscari Venezia.
Due giovani allieve musiciste del Conservatorio (violino e pianoforte) hanno eseguito Il trillo del diavolo di Giuseppe Tartini.
Tre giovani attori hanno recitato in russo una scena di Una delle ultime sere di carnovale di Goldoni.
Qui di seguito verranno mostrate alcune pagine del libro.
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L'Impresario delle Smirne è un opera mai tradotta in russo. No¬nostante si cominciasse a tradurre Goldoni già nel Settecento e in due secoli in Russia sia stato tradotto molto, la parte considerevole delle sue centodiciassette commedie (più della metà) rimane sconosciuta al lettore russo. Naturalmente sono state tradotte le più famose e le più adatte al repertorio (è anche chiaro il motivo per cui L'Impresario delle Smir¬ne non fa parte di queste). Comunque non si può considerare questa commedia una cattiva riuscita (capitava anche a Goldoni). Qui sono presenti tutti i pregi del teatro di Goldoni, anche se non sono i più brillanti. Ma la commedia ci apre letteralmente la via dietro le quinte, ci permette di vedere tutto ciò che è sconosciuto, ma inaspettatamente vicino, di questa vita così lontana da noi. L'Impresario delle Smirne apre la stagione teatrale invernale del 1759-1760 al Teatro San Luca di Venezia. La commedia resta sul palcoscenico per nove serate, il che non è un risultato tra i migliori, ma più che soddisfacente. Questo è il periodo migliore per Goldoni, gli anni '50 è il suo decennio più produttivo: scrive più di 70 comme¬die fra le quali capolavori come La Famiglia dell'antiquario, La Bot-tega del caffè, La Locandiera, Il Campiello, Gli Innamorati. Ma la sua attività prosegue anche dopo: la stagione inaugurata da L'Impresario delle Smirne si concluderà dopo un mese e mezzo con I Rusteghi, una delle sue migliori commedie. MICHAIL ANDREEV |
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L'impresario delle Smirne va in scena alla fine del 1759 per dieci sere di seguito al Teatro di San Luca. La commedia è compresa all’interno di una proposta concepita da Goldoni dopo che l'ultima stagione aveva registrato un calo di consensi; il progetto, pensato durante il viaggio di ritorno da Roma, doveva risultare agli spettatori una tale «novità» da far «strepito». Immagina, infatti, un ciclo di nove composizioni in «vari metri, e vari pensieri», collegabili per tipologia alle muse del Parnaso e precedute da un’introduzione intitolata Il monte Parnaso. Il commediografo prega il nobiluomo Francesco Vendramin di tener segreta l'«idea, per non essere prevenuti dagli avversari», additando, così, la forte concorrenza che continua a dominare il mercato teatrale settecentesco a Venezia. Nella sua risposta Francesco invita, senza remore, il proprio poeta alla massima cautela; la risposta risulta un'efficace sintesi critica di un sistema produttivo orami in declino: «Circa la sua idea, da me sarà custodita con il maggior de' secreti; ma la prego a riflettere, che le commedie in presente piacciono quando sono teatrali, e non di parole, o di solo carattere. Nulla più le dico, perché ella ha veduto, che la sola Dalmatina ha avuto l'assenso del popolo; sicché la conseguenza è chiara» (Carlo Goldoni e il teatro di San Luca. Carteggio inedito, a cura di Dino Mantovani, Venezia, Marsilio, 1979, pp. 117-118). Il proprietario del San Luca interviene con autorità sulle questioni artistiche, tenendo d'occhio gli orientamenti del gusto e definendo i confini di eventuali sperimentazioni. È preferibile non avanzare proposte avventate senza valutare le forze di cui si dispone: «Sento, che le comedie devono esser 9; il carnovale è corto, li comici hanno ad impararle; chi sa quanti accidenti possono nascere, e non si possono effettuare». A queste riserve Goldoni risponde con una lunga lettera, (21 agosto 1759) che è un documento importante per illustrare un consuntivo a medio termine della sua attività di drammaturgo, dopo aver superato il lungo momento di smarrimento artistico e fisico, iniziato nel 1754. L'esperienza fatta a Roma, iniziata alla fine del 1758 e conclusasi nel luglio 1759, non costituisce la svolta tanto attesa: anche stavolta deve sopportare l’arroganza e la scarsa disciplina di attori bloccati ancora dallo schematismo delle maschere. La prefazione di Pamela maritata (1760), come pure i Mémoires (parte II, capp. XXXV-XXXVIII), ricordano il fiasco della Vedova spiritosa al Teatro di Tordinona il 26 dicembre 1758. LIl rientro a Venezia ripropone, dunque, una fase di lavoro propositiva, in grado di aggirare le mille difficoltà che anno dopo anno il poeta comico è costretto faticosamente a risolvere, trovandosi ad agire con una compagnia comica disomogenea e divisa, priva di una vera direzione artistica. L'idea di un ciclo allegorico, che stabilisca un nesso tematico fra ciascuna Musa del Parnaso e una particolare forma scenica, scavalca la determinazione di una riforma che guarda prevalentemente alla corrispondenza tra attore e carattere. Gli anni del San Luca si sono trasformati in un complesso laboratorio del personaggio, che spesso non attende un risultato immediata, ma guarda al futuro. Goldoni tende a controllare la tenuta della propria scrittura, svincolandola dalle esigenze della scena attraverso un solido disegno di stampo classico. Le opere di «vario stile» che il commediografo propone al nobile proprietario nascono sotto l’aura letteraria della mitologia. CARLO ALBERTI [da Carmelo Alberti, Carlo Goldoni e le seduzioni del teatro, pp. 133-134] |




